«Il re della birra», di Luca Perasso

Posted by on 17,settembre,2015 in news | 0 comments

«Il re della birra», di Luca Perasso

I “Racconti a tutta birra” sono stati scritti, in occasione dell’Oktoberfest, dagli studenti del corso di Narrativa di 1 livello di StudioStorie: un manipolo di valorosi scrittori, ispirati dalle fragranze delle migliori bevande al luppolo, rendono omaggio alla birra con un racconto ciascuno.

I racconti, uno al giorno, sono pubblicati su www.oktoberfestgenova.com, su www.studiostorie.com e sulle rispettive pagine facebook.

Racconti a tutta birra # 11

«Il re della birra», di Luca Perasso

Gli abitanti di Lagertown non erano famosi per le loro menti acute. Per lo più contadini e allevatori, avevano sempre avuto cibo in abbondanza. Si divertivano con poco: i giochi preferiti erano le gare di bevute e l’antica disciplina del piscio in lungo.

Campione indiscusso in entrambe le attività era il vecchio Pit. Seppur munito di fisico da mezzasega, l’uomo era dotato di uno stomaco incolmabile e di un getto dalla portata chilometrica, qualità che lo rendevano un idolo agli occhi dei compaesani.

Se la passava bene, la gente di Lagertown, finché non arrivò la stramaledetta Grande Siccità. Sul villaggio non piovve per mesi e il concilio dei saggi prese in mano la situazione. L’assenza di pioggia impediva ai semi di crescere nei campi: sulle tavole il cibo cominciò a scarseggiare e la popolazione, più dimagriva, più si faceva incazzosa. L’unico che non perse un etto fu il gigantesco Big George, ma la cosa non gli impedì d’incazzarsi quanto gli altri. Il concilio rivolse preghiere e offrì sacrifici a tutti gli dei, nessuno escluso, ma senza successo. Il capo dei saggi non sapeva più, letteralmente, a che santo votarsi, e decise di chiedere consiglio al vecchio Pit.

– Vecchio Pit – disse – io ti disprezzo perché sei un ubriacone e un piscione, ma hai il rispetto della gente, al contrario di me. Aiutami. Cosa posso fare per risolvere la situazione?

– Tu sarai pure il capo dei saggi e avrai pure la barba più lunga del villaggio, ma in fondo non capisci un cazzo. – il vecchio Pit non era rinomato per i suoi modi gentili – Madre Natura deciderà quando far piovere di nuovo e né tu né io possiamo farci nulla. Quello che puoi fare è distrarre il popolo, dargli qualcosa per non fargli pensare al merdone sul quale stazionano.

– E cosa potrei fare? Dimmelo, ti prego! – disse il capo dei saggi strappandosi la barba per l’agitazione.

– Semplice, – rispose Pit – birra e giochi.

I saggi seguirono il consiglio e convocarono tutto il villaggio a un’assemblea straordinaria. Dopo un inizio teso, durante il quale dovettero schivare frutta, ortaggi e oggetti contundenti di varie forme e dimensioni, gli animi si distesero all’annuncio che il giorno seguente avrebbe avuto luogo la gara per incoronare il Re della Birra.

Il giorno seguente tutta Lagertown si radunò in uno spiazzo sulla collina. Un piccolo dislivello separava i cittadini dalla cima, da cui si potevano ammirare i campi, un tempo rigogliosi. Il capo dei saggi si alzò in piedi e parlò a gran voce.

– Cari compaesani! Siamo qui riuniti, nonostante il difficile momento, per dimostrare a tutta la valle che i Lagertownensi non sono tipi da piangersi addosso e cacarsi nelle brache! No! Noi ce ne sbattiamo della malasorte e oggi eleggeremo l’uomo più forte e valoroso. Che entri il barile!

Dieci uomini trasportarono a fatica un enorme fusto, pieno di birra della peggior qualità, al centro dello spiazzo. Aveva l’altezza di un albero e il peso di una montagna. Tutti ne rimasero affascinati. Uno splendido gabbiano si posò per un attimo sulla cima della botte, attirato forse dalla sua magnificenza o, cosa più probabile, dal liquido al suo interno. Il capo dei saggi scacciò l’uccello, che gli lanciò l’occhiata di chi giura vendetta, quindi riprese a parlare.

– Colui che riuscirà a trasportare la botte sino alla cima sarà incoronato Re della Birra e potrà bere gratis, a vita, in tutte le locande del paese!

Quasi tutti esultarono; i locandieri bestemmiarono. In molti si fecero avanti per tentare l’impresa, ma il bilancio fu disastroso. Nella prima mezz’ora si contarono due morti per spiaccicamento, sei feriti gravi e dodici emorroidi da sforzo. L’entusiasmo d’inizio gara era scomparso. Nessun altro aveva intenzione di provare, alcuni stavano già tornando alle loro case quando, d’un tratto, si fece avanti Big George. Alto due metri e cinquantadue per duecentoventi chili di peso, fisico statuario, forza sovrumana, sguardo da pazzo e un difetto congenito d’ipersalivazione, che lo faceva sbavare in modo spaventoso.

– Tocca a me! – urlò Big George, inondando di bava i locandieri in prima fila che bestemmiarono di nuovo.

Al solo guardarlo avanzare i cuori di tutti accelerarono, i denti batterono e i buchi di culo si restrinsero. Il bestione si avventò sul barile e cominciò a spingerlo per la salita: mentre trasportava l’immenso oggetto urlò così forte che in molti rimasero assordati, e sudò così tanto che la gente cominciò a cadere per via del terreno di colpo scivoloso.

Big George era quasi arrivato in cima e, tale era la sua tensione, che ogni muscolo del suo corpo era sul punto di esplodere. Gli sguardi speranzosi del resto del villaggio erano incollati su di lui quando, d’un tratto, una macchia bianca colpì il barile. Lo splendido gabbiano aveva deposto un enorme guano sulla botte, accrescendone il peso quel tanto che bastò a far stramazzare Big George: il barile rotolò indietro sino al centro dello spiazzo.

L’ultima speranza era perduta. Il popolo era in lacrime e sempre più frustrato, i saggi cominciarono a dileguarsi per timore di possibili ripercussioni. Nel casino generale, una voce meno spaventosa di quella di Big George, ma non per questo meno autoritaria, si levò tra la folla.

– Tocca a me! – urlò il vecchio Pit.

Avanzò verso il centro con un’andatura insolitamente regolare. Il naso era di un colore naturale e non del solito rosso porpora. In molti cercarono di trattenerlo.

– Vecchio Pit, non andare! Sei un idolo, ma anche una mezza sega! Morirai, se ci provi!

Lui ignorò gli avvertimenti e continuò imperterrito. Giunto dinanzi al barile, si arrampicò a fatica sino al suo apice, svitò il coperchio, lo lanciò a terra e si tuffò. Tutti rimasero col fiato sospeso. C’è chi dice fossero passati solo pochi minuti e chi ore, ma alla fine il vecchio Pit riemerse. La sua pancia smisurata rivelò quello che aveva appena fatto: aveva bevuto l’intero contenuto della botte. Con facilità e tra le urla eccitate dei compaesani, trasportò il barile vuoto sino alla cima della collina. I saggi si diressero verso di lui, pronti a incoronarlo. Dietro di loro, il resto del villaggio non vedeva l’ora di portare in trionfo il proprio eroe. A metà strada, tuttavia, il vecchio Pit protese la mano verso di loro facendo segno di fermarsi.

– Datemi un secondo. Mi scappa la pipì.

Una settimana più tardi il vecchio Pit finì di pisciare. I festeggiamenti poterono riprendere, così come la cerimonia d’incoronazione. Una sensazionale scoperta contribuì a innalzare ancora il morale del villaggio: nonostante la siccità, i campi erano tornati floridi, rinvigoriti come se avesse piovuto per giorni. Tutti gridarono al miracolo, anche se non sapevano con precisione quale dio avrebbero dovuto ringraziare. Il cibo tornò ad abbondare sulle tavole di Lagertown, e gli abitanti più ingrassavano, più tornavano mansueti.

Qualcuno ancora oggi ricorda il raccolto di quell’anno come uno dei migliori, per via del delizioso retrogusto di luppolo. Di certo sarebbe stato il migliore di sempre, non fosse stato per quell’acidulo retrogusto di ammoniaca.

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