POKER D’OSSA, un’avventura di Michele Palma | di Sergio Badino

Posted by on 6,ottobre,2015 in news | 0 comments

POKER D’OSSA, un’avventura di Michele Palma | di Sergio Badino

In questi giorni è in libreria, protagonista di un corposo, nuovo racconto, “La Fossa“, contenuto nell’antologia “FantaLigustico – Storie d’ombre e di misteri” (Liberodiscrivere edizioni); i primi due, brevi, racconti con Michele Palma (oltre a “Poker d’ossa” c’è anche “Desaparecidos”, di prossima ripubblicazione su questo sito) mi furono commissionati dalla rivista Blue Liguria. Unico vincolo: utilizzare soltanto circa 3700 caratteri, spazi inclusi, per numero. Da qui l’idea di spezzare in due i racconti: la prima parte avrebbe quindi dovuto avere un cliffhanger che rimandasse al numero successivo, con la conclusione della storia. Qui trovate il primo racconto completo, corredato dalle due illustrazioni – opera di Matteo Anselmo – che accompagnavano la prima edizione su carta. In calce alla storia alcuni “contenuti speciali”. Buona lettura!

POKER D’OSSA

Un’avventura di Michele Palma

Sollevo il grugno da un paio di soffici dune rosa; le stringo e percorro in punta di lingua il sentiero della schiena. Si volta e mi stordisce con l’aroma di seni, labbra e capelli: fragranza d’equatore. Le dita mi sfiorano le vertebre mentre la bacio. Il risveglio è in un letto di sudore, tra lenzuola deserte: da troppo tempo dormo solo.

corsi scrittura creativa sceneggiatura genova studiostorie

Il sole ancora non osa avventurarsi tra i miei vicoli e sguscio a fare il pieno di sigarette e caramelle.

– Hai un euro e cinquanta? – mi fa il ciccione impolverato, seduto alla macchinetta.

Stringo tra le labbra la Chesterfield spenta e mi frugo in tasca.

– Grazie – un sorriso che sa di scuse – Un ultimo tentativo e corro in ufficio.

M’infilo nel bar di Valerio. Siedo al banco e osservo il grassone, sporco, preso dalla sua slot oltre il vetro del tabacchino.

– Chi è?

Il barista tiene gli occhi bassi su strofinaccio e bicchieri.

– Lavora in Comune – dice – Lo vedo ogni mattina. La moglie l’ha lasciato, credo.

– Fammi un latte macchiato – sospiro.

– Te lo offro io, – sibila la vecchia – ma devi aiutarmi.

È seduta a un tavolo con divanetto d’angolo, in fondo, e qualunque roba tracanni è troppo forte per quest’ora.

– Grazie. – rispondo mentre Valerio mi porge il bicchiere – Vediamo se posso.

– Il Principe è scomparso. Lo devi trovare, Miche’.

– Se anche accettassi – mi scolo la colazione – ti costerebbe un po’ più che un latte.

Lascio qualche moneta.

– E però non posso.

Accenno un sorriso ed esco.

– Ti fanno schifo i miei soldi – gracchia fra i denti radi – o non hai voglia di lavorare?

Tutti, nei vicoli, conoscono il Principe. Sembra innocuo, cravatta e cappello, ma è uno dei più potenti boss della città. Da giorni è sparito e la polizia si rifiuta di cercarlo: non vogliono intromettersi nella guerra tra bande. Il Principe governava da solo il centro storico e si è trovato a combattere cinesi, ecuadoriani e senegalesi che gli rodono il guadagno. Chiudo alle spalle la porta di casa e avverto il gusto dell’ennesima giornata tormentata in cerca di un altro lavoro qualsiasi.

Dieci minuti più tardi Teresa, la vecchia, mi fa strada nell’appartamento: il frastuono dei pappagallini rimbomba tra un orecchio e l’altro.

– I nostri principini – sorride.

– È questo l’ultimo posto in cui è stato visto? – dico.

– Sì. Ogni sera – biascica – prima di tornare a casa mi telefona. Ma l’ultima volta non l’ha fatto.

Piume e mangime sul pavimento. Il puzzo degli uccellini mi stordisce, ma c’è dell’altro, anche se fino all’ultimo spero di sbagliarmi.

– Che è quella roba? – indico il suolo.

Scosta un mucchietto di polvere e penne con la punta di una ciabatta.

­– Merda d’uccello.

Mi chino, e quando lo faccio so che Teresa ha torto. È come se perdessi un poco i sensi mentre lame di luce mi trafiggono il cervello. Mi trovo lì, ma nello stesso tempo altrove. Tocco quella roba: è terra, mista a frammenti ossei. Sento che sono umani.

Una donna vestita di stracci e la sua bambina. Cinque neonati. Una ragazza incinta. Un uomo anziano. Sono di ogni età: ricchi, poveri, tristi, felici. Morti. Mi chiudo in casa e non faccio che sentirli. Consumo la scorta di sigarette e, a sera, torno dal tabacchino. Dal banco mi guardano come uno dei tossici che intasano i vicoli; devo avere la faccia di uno zombi in astinenza da eroina, e così mi sento. Nel negozio non riesco a respirare. Inciampo fuori, mi puntello ai muri e barcollo, tra una pozza di piscio e un ratto in fuga, fino al mio portone. Salgo le scale e riprendo fiato. Come farò, così conciato, a trovare il Principe? E in che modo, se non lo scovo, potrò pagare l’affitto? In casa non sono solo. Una botta in testa e poi il risveglio, dopo non so quanto, in una fetida e buia pozza. Intorno a me montagne di ossa.

Cerco di alzarmi. Una grata, a sei o sette metri sopra di me, fa filtrare a fatica la luce della luna tra le sterpaglie. Il volo non mi ha ammazzato perché qualcosa ha attutito il colpo. Le ossa, certo, ma c’è dell’altro. In tasca ho ancora l’accendino, avvicino la fiamma ai piedi. È il Principe. Occhi sbarrati, scarafaggi che sgusciano dalla bocca socchiusa. Afferro un femore da terra, sfilo la giacca al Principe, la lego a un’estremità dell’osso e le do fuoco. Ora vedo bene e credo di sapere dove mi trovo: è in posti come questo che, ai tempi della peste, gettavano i cadaveri. Il sottosuolo di una parte del centro cittadino è disseminato di fosse e di cunicoli. Tutti di quel periodo, l’ho letto da qualche parte. Anche qualcun altro, a distanza di secoli, ha deciso di far sparire qui i corpi scomodi. Le persone che ho scorto in quel frammento di terra sono quaggiù. Morti di peste. Le loro storie turbinano e m’impediscono di vedere cos’abbia condotto qui il Principe. La volta è troppo alta: non posso uscire da dove mi hanno gettato. Davanti a me un cunicolo e, in fondo, una parete con pioli metallici. Salgo con il femore in una mano: in cima, la fiamma illumina un tombino chiuso.

corsi scrittura creativa sceneggiatura genova studiostorie

La luce mi punge mentre sbuco tra i tavolini in una piazzetta tra i vicoli. Chiunque mi abbia cacciato là sotto è convinto che io sia morto, e questo forse mi dà vantaggio.

– Gesù Cristo! – esclama Valerio.

– Zitto – sibilo – Devo nascondermi.

Mi scruta con ribrezzo.

– Puzzi. Cos’è questa roba? – mi passa un dito addosso, come su un mobile da pulire.

Sono pieno di polvere, sporcizia. Alzo un sopracciglio. Chi altro ho notato conciato così?

– Quel ciccione – chiedo – alla slot del tabacchino di fronte. Dove hai detto che lavora?

Valerio mi ragguaglia su quello che sa. Prendo l’autobus e mi piazzo davanti al palazzo in cui il barile guadagna il pane. Attendo. Finito l’orario d’ufficio, esce. Lo seguo. S’infila in una di quelle sale da gioco il cui numero cresce come un cancro. Il locale è illuminato da qualche neon e dalle luci a intermittenza delle slot, con i loro suoni incessanti. È lì, di spalle: non mi nota, concentrato com’è sul gioco.

– Non riesci a staccarti da quelle macchinette – mi avvicino – tanto che prima dell’ufficio te ne vai a giocare dal tabaccaio, e poi, dopo il lavoro, vieni qui.

Si volta, è sorpreso.

– Chiedi un prestito al Principe, ma ti accorgi che non potrai mai restituirglieli con gli interessi che vuole. Decidi di ucciderlo prima che i suoi uomini ti facciano del male e vai da lui col pretesto di pagarlo.

Da arcuate, le sopracciglia s’increspano.

– Ma dove smaltire il cadavere? Il tuo lavoro dà la soluzione: sei uno dei pochi che può accedere ai cunicoli, hai le chiavi. Nessuno noterà un mucchio d’ossa in più, là sotto.

Fa un passo avanti.

– Quando capisci che Teresa mi ha assunto, non vuoi correre rischi: anch’io devo fare la fine del Principe.

– Ogni mese – fa sibilare un pugno, lo schivo – do una fortuna in alimenti alla mia ex. Quella stronza non mi fa nemmeno vedere mio figlio.

È grosso, ma lento.

– È così che ho iniziato a giocare, – cerca di afferrarmi, mi scanso – dovevo fare cassa. Cosa ne sai tu dei problemi di un padre separato? Non ho più niente, adesso, e quel che è peggio – carica un altro cazzotto – è che non riesco a smettere.

Mi sposto, si sbilancia in avanti: la mano fracassa lo schermo di una slot. Urla.

– Ascolta – ansimo – Non voglio darti in pasto agli uomini del Principe. Hai fatto bene a toglierlo di mezzo.

– Che vuoi, allora?

– Ti lascio andare – indico le slot – ma smettila con quella roba.

Vado verso l’uscita.

– Aspetta! – grida – Come hai fatto a trovarmi?

– Ho una specie di dono, – lo guardo – una rottura di palle. Ma ciascuno ha le proprie.

Copertina di Blue Liguria n. 40, giugno/luglio 2014, da cui è tratta la prima parte del racconto.

Copertina di Blue Liguria n. 40, giugno/luglio 2014, da cui è tratta la prima parte del racconto.

Copertina di Blue Liguria n. 41, agosto/settembre 2014, da cui è tratta la seconda parte del racconto.

Copertina di Blue Liguria n. 41, agosto/settembre 2014, da cui è tratta la seconda parte del racconto.

Contenuti speciali

Ecco due schemini tratti dal taccuino degli appunti: la struttura del racconto abbozzata secondo il mio modello a radice quadrata (1) e secondo lo schema del Viaggio dell’Eroe di Christopher Vogler (2).

(1)

(1)

(2)

(2)

Leave a Comment

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *