BUON VICINATO, di Camilla Ferroni

Posted by on 13,giugno,2016 in corsi, narrativa, news, racconti, scuola | 0 comments

BUON VICINATO, di Camilla Ferroni

Rieccoci con il racconto della settimana che nei giorni scorsi non abbiamo potuto pubblicare causa problemi tecnici. Recuperiamo: ecco la short story votata dagli studenti del corso serale di narrativa di primo livello quale migliore della serata durante la lezione di due settimane fa. Si tratta di un racconto in prima persona multipla. Buona lettura!

Buon vicinato

 

di Camilla Ferroni

 

Con una manata zittisco la sveglia a cipolla e resto girata verso il comodino ancora qualche minuto, il cuscino sopra la testa. Lo so che meriterei qualcosa di più dopo una settimana di lavoro da schiava, ma il mio bambino come farebbe se la sua mamma indugiasse a letto tutto il sabato mattina?
“Jimmy!” trillo “Amore, vieni qui.” Rotolo sul fianco e mi tiro su. Infilo le ciabatte sdrucite e indosso la vestaglia di flanella. Puzza un po’, come al solito, ma non è un problema per lui, che mi corre incontro con un uggiolio. Mi gratto il sedere mentre riscaldo l’avanzo di caffè. La coda del mio piccolo mi frusta i polpacci a ritmo frenetico.
“Contento, tesoro?” cinguetto mentre lo accarezzo dietro le orecchie “Adesso la mamma ti fa uscire.”
Bevo d’un fiato, poi scosto le tendine e spio fuori. Nessuno in vista nel giardino di fianco: bene, la stronza è ancora dentro. Sorrido mentre mi avvio alla porta, il cane dietro. Spalanco e usciamo in veranda: “Vai, bello!” Accendo la prima sigaretta della giornata e osservo il pitbull dirigersi verso la siepe di margherite sul confine, la coda dritta come un vessillo: si ferma davanti ai cespugli con la lingua penzoloni poi si gira verso di me, come in attesa del via libero definitivo.
“Coraggio, amore!” lo sprono con un acuto in grado di penetrare – ne sono certa – anche i timpani incartapecoriti di Maude. Jimmy entra ed esce dal fogliame, annusa, si volta, raspa, solleva terriccio, si accuccia per defecare poi, non pago, marca ogni metro di siepe con un trionfo di zampilli. Mi lascio cadere sulla sedia a dondolo nel portico, il cuore gonfio di gioia velenosa, e aspetto che lei metta fuori il suo brutto muso.

Ancora il tuo cagnaccio schifoso sulle mie piante, Mabel? Maledetta strega! Perché non mi lasciate in pace? È mai possibile che io non riesca più a trascorerre un sabato mattina tranquillo? Te ne sei stata buona per un po’ dopo che il vecchio ammasso di pulci ha assaggiato il mio veleno per topi, vero? Mi sono liberata dell’altro mostro e il giardino mi ha subito ringraziato. Ma tu, no, non potevi stare senza una di quelle bestiacce schifose che sporcano e rovinano dappertutto: sei corsa a prenderne un altro giù in città. Scommetto che l’hai deciso solo per farmi dispetto: io odio i cani! Eccolo là, il mostro, sulle mie margherite in fiore! Un’occhiata allo specchio: i bigodini sono a posto. Stringo la vestaglia e alzo il mento. Adesso le faccio vedere io. Mentre passo per la cucina diretta all’ingresso scorgo un gomitolo di polvere. Raccolgo e getto nella spazzatura. Mi fermo sulla soglia, la mano sulla maniglia, e perlustro ogni centimetro per essere sicura che sia tutto pulito e perfetto per quando arriveranno le nipotine, più tardi. Aziono la valvola che regola l’annaffiamento, poi esco in veranda: gambe divaricate, mani sui fianchi.
“Mabel!” grido alla figura sciatta sulla sedia a dondolo “Richiama subito quell’animale!”
Sfilo la ciabatta di destra e lancio con precisione: colpisco il deretano; l’altra finisce sul tartufo, il cane guaisce e scappa verso casa.
“Vai a farti fottere!” urlo mentre raccolgo la canna, apro l’acqua e dirigo il getto a pioggia sulla veranda della strega.

Che cazzo è ‘sto casino? Mi rigiro nel letto, provo a mettermi un cuscino sulla testa: niente da fare, il gracchiare di quelle due pazze mi trapana i timpani. Sollevo la mascherina e apro un occhio: una lama di luce filtra attraverso la tenda. Che ore saranno? Non sono ancora riuscito ad assorbire il fuso orario: le ore di volo che mi hanno riportato a casa dalla base fuori Baghdad pesano come un carro armato. A tentoni trovo l’interruttore e accendo la luce sul comodino. Ma dove trovano la forza per strillare così, quelle due teste di cazzo? Il rumore della sveglia che finisce in terra all’improvviso mi fa sobbalzare. Una fitta mi stringe le tempie. Mi sollevo su un gomito e cerco le pillole. La confezione è posata sopra il foglio di congedo: PTSD, disturbo post-traumatico da stress. Vorrei vedere, tre turni di servizio in fila. Con un sorso d’acqua butto giù le medicine. Uno strillo più forte dall’altro lato della strada: in un attimo sono in piedi, a lato della finestra. Scosto la veneziana e mi sporgo appena: il nemico si accapiglia nel giardino di fronte. Urla e insulti. Un cane abbaia. Mi passo una mano sulla fronte. Dov’è Brenda? Ho bisogno di lei: allungo la mano e la sfioro. M40, calcio McMillan modello A4, ottica Schmidt & Bender 3–12×50 Police Marksman II LP: una meraviglia.
“Un’ultima missione, tesoro,” sussurro “poi andiamo a letto.”

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