L’ALCOVA, di Camilla Ferroni

Posted by on 20,giugno,2016 in corsi, narrativa, news, racconti, scuola | 0 comments

L’ALCOVA, di Camilla Ferroni

Buona giornata e buona lettura con un nuovo racconto, votato dai nostri studenti quale migliore della settimana durante la scorsa lezione del corso di narrativa di primo livello.

L’Alcova

 

di Camilla Ferroni

 

Il rumore dei tacchi rimbomba nel corridoio al terzo piano interrato. La donna sistema i capelli e affretta il passo, le mani nelle tasche del camice. Lancia occhiate di sfuggita alle targhe sulle porte e passa oltre. Si ferma davanti all’ultimo ambulatorio, alza gli occhi e legge a voce alta: “Sala settoria.” Si guarda un’ultima volta alle spalle, poi abbassa la maniglia, entra e avanza di pochi passi. Lui esce dall’ombra e le sfiora una spalla: “Tesoro,” sussurra.
La donna soffoca un grido e si volta di scatto: “Michael, scemo, mi hai fatto paura,” uno schiaffo colpisce l’uomo in pieno viso “che scherzo idiota.” Indica i piani metallici, le forme sotto i lenzuoli azzurri, il carrello portastrumenti, il contenitore per i rifiuti speciali. “Non avevi un’idea migliore? Questo posto mette i brividi.”
Lui le circonda la vita con le braccia e cerca di baciarla: “Oggi ho fatto i salti mortali per farmi assegnare il turno senza dare nell’occhio.”
Lei scrolla le spalle e si ritrae.
“Che ti prende, Gina?” sbuffa lui “Quante storie: preferisci scopare in macchina nel parcheggio dell’ospedale e correre il rischio che ci veda qualcuno?” La prende per mano: “Vieni.”
“Sei proprio tutto scemo!” risponde lei mentre fissa le celle frigorifere e i piedi nudi che spuntano da sotto i teli, un cartellino all’alluce. “Tieni pure il tuo coso nei boxer: sarà per un’altra volta,” lo guarda “e di sicuro non qui.”
Michael ride e comincia a spogliarla. Lei tiene il broncio poi, nuda, si avvicina e gli sbottona il camice.
“Ferma!”, i pantaloni alle ginocchia, le blocca la mano e porta un dito alle labbra.
Passi di corsa fuori nel corridoio. Voci concitate e rumori metallici.
“Oddio, che succede?” chiede Gina.
“Non lo so,” risponde “di qua, presto!” La spinge su una barella vuota.
“Che fai?” protesta la donna “No, no!”
La aiuta a sdraiarsi: “Zitta, e immobile” le dice mentre la copre con un telo e le infila un cartellino al dito del piede. Lo sente rivestirsi in fretta e furia, poi la porta si spalanca con un gran baccano.
“A terra, stronzo!” L’uomo è molto vicino. “Mani dietro la testa.” Sotto il lenzuolo lei si irrigidisce sul piano metallico.
“Sono un medico, un patologo, che volete?”
Tintinnio di metallo: “Ha detto giù!” Rumori di collutazione. “Come si esce di qua? Ci sarà una cazzo di via di fuga!”, grida una seconda voce.
“Come? Cosa?” balbetta Michael “Qui facciamo autopsie…”
“Che ti avevo detto, Steve?” riprende il primo sconosciuto “Non c’è l’uscita di sicurezza! Ci siamo persi in questo dannato ospedale!”
“Chiudi il becco!” ringhia il secondo uomo “Abbiamo i farmaci e adesso usciremo di qui. Cerca di stare calmo, maledizione!”. Un fruscio: “Ehi, tu! Fermo!” Un colpo d’arma da fuoco, seguito da un tonfo. Ora Gina trema senza controllo, il cuore galoppa nel petto e il lenzuolo azzurro incollato alla bocca le sembra soffocarla. All’improvviso uno schianto, poi urla, spari: qualcuno urta con violenza la barella. Un ultimo grido le risuona nelle orecchie: “Mani in alto!”, poi tutto si fa buio.

“Tu guarda che casino,” l’agente della squadra speciale sfiora un cadavere con il piede “dilettanti.”
“Su con la vita,” risponde il collega mentre si accende la sigaretta “siamo in un obitorio, metà del lavoro è già fatta. Peccato per il patologo” ride e osserva i barellieri, convocati in piena notte per far fronte all’emergenza, che spingono i corpi nelle celle frigorifere “Sbrigatevi, la scientifica ha bisogno di spazio per lavorare.” gli cade l’occhio sul cartellino a terra “Ehi, a qualcuno è caduto questo!” raccoglie e sventola il pezzo di carta.
Uno degli infermieri si avvicina: “Sì, deve essere dell’ultima che abbiamo messo via,” risponde “questa qua” apre la cella, allunga la mano e appende la targhetta all’alluce “Pazzesco, non sembra neanche morta. “

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